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IMPRESE-Crisi: Draghi, poca produttività e alto costo lavoro PDF Stampa E-mail
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mariodraghiLa scarsa competitività delle imprese italiane dipende da tre fattori: imprese piccole, lavori precari e poca concorrenza nei servizi. Così il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, nella sua "lezione" all'Università di Ancona, ha tracciato il quadro dell'incapacità dell'Italia a sostenere ritmi di crescita sostenuti con la conseguenza di perdere competitività rispetto ai principali partner europei. ''La dimensione media delle imprese italiane - ha sottolineato Draghi -  rimane ridotta nel confronto internazionale. Oggi l'innovazione riguarda principalmente i prodotti e la loro diversificazione: per le imprese più piccole si rivela sempre più difficile sfruttare le economie di scala e competere con successo nel mercato globale''. Inoltre, ''rimane diffusa l'occupazione irregolare - ha aggiunto il govenatore - stimata dall'Istat in circa il 12% del totale" dei lavoratori e "le riforme attuate, diffondendo l'uso di contratti a termine, hanno incoraggiato l'impiego del lavoro - ha spiegato - portando ad aumentare l'occupazione negli anni precedenti la crisi, più che nei maggiori paesi dell'area dell'euro, ma senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si indebolisce l'accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su produttivita' e profittabilita''.

Infine, per Draghi a pesare sulla competitività italiana è anche la scarsa concorrenza nel settore dei servizi, dove gli studi condotti da Balla Banca d'Italia, ''mostrano da tempo - ha spiegato ancora il governatore - come la mancanza di concorrenza nel settore terziario ne ostacoli lo sviluppo e crei inflazione e questa incide anche sulla produttività e competitività del settore manifatturiero. Nel 1998 - ha ricordato Draghi - si presero misure di liberalizzazione del commercio al dettaglio e documentammo come esse favorissero in quel comparto l'occupazione, la produttività e l'adozione di nuove tecnologie. Ma l'impegno a liberalizzare il settore dei servizi si è da tempo interrotto''.  Quindi, "tra il 1998 e il 2008, nei primi dieci anni dell'Unione monetaria, il costo del lavoro per unità di prodotto nel settore privato è aumentato del 24% in Italia, del 15% in Francia ed è addirittura diminuito in Germania" dove nello stesso decennio la produttività "salita del 22% e del 18% in Francia: solo del 3% in Italia. Nello stesso periodo il costo nominale di un'ora lavorata è cresciuto in Italia del 29%, più che in Germania (20%), molto meno che in Francia (37%)".

 

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